FC Barcelona – AC Milan

•settembre 14, 2011 • Lascia un commento

A volte il calcio è qualcosa di veramente assurdo. Se qualcuno avesse acceso la TV al primo minuto (25mo secondo, per la precisione)  della partita, poi fosse andata via la corrente per tutta la partita e fosse tornata magicamente al 93°, quel qualcuno avrebbe parlato di una grande impresa del Milan. Peccato che nei restanti 91 minuti, si è visto solo ed esclusivamente il “tiqui taca” dei blaugrana, un milan spaventato che cercava di uscire invano dai propri 25 metri, un Victor Valdes completamente inoperoso. Ma andiamo con ordine. Pronti Via! Busquets e Mascherano sono due birilli, Pato vede il pertugio, ingrana la quinta  e infila Valdes sotto le gambe con velocità impressionante. Strano avvio dei blaugrana, che avevano mostrato qualche difficoltà anche in campionato, pareggiando 2-2 contro la Real Sociedad. Una decina di minuti in cui il Milan rischia di mettere ancora apprensione ai due centrali “improvvisati” ( e qui qualche colpa di Guardiola bisogna riportarla), poi solo colori blaugrana. Al 36° Messi se ne va sulla sinistra, mette in mezzo un rasoterra su cui lisciano due giocatori del Milan, Pedro è lasciato solo di colpire e fa 1-1. Il Barça continua il suo gioco, possesso palla impressionante (per lunghi minuti il telecronista chiama solo giocatori catalani), Messi su punizione centra il palo. Poi il secondo tempo il calcio piazzato di Villa non lascia scampo ad Abbiati. 2-1 e Milan completamente fuori dalla partita. Ma al 92°, poco prima del fischio finale succede una di quelle cose per cui questo sport è forse il più amato al mondo. Un calcio d’angolo rimediato non si sa come, un cross al centro col contagiri, i due centrali del Barcelona (tanto per cambiare) dimenticano Thiago Silva, Valdes fermo, e la frittata è fatta. Finisce 2-2, e quello che ha riacceso la televisione proprio ora, non ci crede.

Le Pagelle del Barça:

Valdes 5: Sarebbe stato ingiudicabile, se non fosse stato poco reattivo sul colpo di testa finale di Thiago Silva

Dani Alves 6,5: Sale altissimo, sulla fascia, come comanda il gioco di Pep.

Mascherano 5,5: porterebbe a casa la sufficienza, ma sbaglia un paio di movimenti in marcatura che permettono i due gol del Milan.

Busquets 4,5: Forse la colpa è di chi lo ha schierato, ma la sua serata è insufficiente. Perde Pato nel primo gol.

Abidal 6,5: idem come il suo compagno dell’altra fascia. Tanto fiato ed esperienza.

Xavi 6: Sprazzi di buon calcio, ma ci aspettiamo qualche inserimento in più.

Keita 5,5: Buon primo tempo, poi cala e lascia il posto a Puyol (che prende 6 e andava schierato prima).

Iniesta 5: addormentato, prova un tiro ma sembra la brutta copia del mattatore di Champions e Mondiale. Al suo posto entra Fabregas (ng, troppo poco tempo).

Pedro 7: sfrutta al massimo l’occasione che gli serve Messi.

Messi 6,5: fosse stato un giocatore normale, avrebbe preso 2 voti in più. Basta l’accelerazione con assist e la punizione sul palo.

Villa 7: forse il più pericoloso, punizione a parte. 39°st Afellay non giudicabile.

Guardiola 5. Forse era il caso di non provare due centrocampisti centrali come difensori centrali alti contro il Milan di Pato.

Elenchi video… roba da piangere

•gennaio 17, 2011 • Lascia un commento

Vi invito a guardare questo video, su anni di mala amministrazione.

Un elenco. Un pianto.

Gli elenchi 2. Canale

•gennaio 14, 2011 • Lascia un commento

Leggesi: finta recensione o vera filosofia

A pensarci bene, tutto si riduce a una singola, simbolica parola. Sviluppando il pensiero come fosse una serie di Fourier (citazione necessaria ma non sufficiente), giungo a questa conclusione: una buona percentuale della mia vita e del mio modo di pensare si basa su questa parola. Sia che la si voglia mettere sul piano temporale, sia che la si butti su un livello più dettagliato, sempre là andiamo a finire. Dice: vabbè ma spiega, altrimenti sembri matto. Il matto sei tu (altra citazione necessaria). Mettiamola su un piano temporale: Il mio spermatozoo fenconda il mio ovulo passando per un canale, grazie a mamma e papà. Nasco passando per un canale, il quale si allarga a dismisura per farmi uscire, tra urla e pianti. Vivo per 26 anni su una terra che è una giungla di canali e canaletti.  E poi che faccio? Scelgo una scuola in cui si studiano scienze che si basano su canali. All’università proseguo in maniera approfondita e pedissequa lo studio dei canali. Vado a lavorare in una azienda che ha fatto le sue fortune costruendo aggeggi che lavorano su questi benedetti canali. Frequento corsi di comunicazione dove ti insegnano ad usare bene i canali per farti comprendere o per convincere gli interlocutori. Ti basta o vuoi che vada avanti? Insomma ‘sta parola qualcosa avrà significato nella mia vita. O forse avrà talmente condizionato il mio modo di pensare, che ora sto scrivendo sull’ennesimo canale (Internet) l’ennesimo articolo delirante (questo). O forse no. Siccome la scienza dev’essere esatta, e mischiandola con un genere televisivo – comunicativo (altro canale, l’amata ed odiata TV), scrivo qui l’elenco dei canali che finora ho vissuto. A modo mio.

Canale è quello che hanno usato mamma e papà per crearmi. E anche quello che non hanno usato quella sera per non crearmi (la TV).

Canale è quello che mi ha portato a casa (la via dove abito). Ma anche quello che ha dato il via alla creazione della mia terra (Canale Mussolini o Acque Alte).

Canale è quello, uno dei tanti, in cui sono caduto da piccolo. Ma anche quello , uno dei tanti, che ho saltato da ragazzo.

Canale è quello su cui passa la corrente che illumina le città. Lo stesso che ha dato lavoro alla mia famiglia.

Canale è quello che ho studiato a scuola. Radio o Cavo che sia.

Canale è quello che ascolto tutti i giorni, e quello che ora permette alla TV di funzionare. Lo stesso del punto precedente.

Canale è quello che mi permette di parlare. Ma anche quello che mi permette di scrivere qua.

Canale è ciò su cui lavoro. Ma anche ciò che mi ha portato in giro per lavoro.  Aereo, treno, taxi, cavallo e cammello, si muovono su canali.

Canale è vita. Comunicare è vita.

Corollario: non si può non comunicare.

 

2010 in review

•gennaio 2, 2011 • Lascia un commento

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Healthy blog!

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Where did they come from?

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Attractions in 2010

These are the posts and pages that got the most views in 2010.

1

Un pezzo di cuore August 2009
1 comment

2

Notte February 2010

3

La costituzione oggi February 2010

4

Vincenzo Rossetti – Dalle paludi a Littoria February 2010

5

Khan El Khalili October 2009

Gli elenchi n°1: prendi i soldi e scappa

•novembre 16, 2010 • Lascia un commento

La trasmissione di Fazio e Saviano mi ha dato l’ispirazione per tornare a scrivere sul sì trascurato giovy channel, dopo qualche mesetto di inattività. Non è certo il caso di rimettersi a parlare di mafie, politica e veleni, nonostante ci sarebbe molto altro da dire, e troppe cose che non vengono dette all’insegna dell’omertà che attanaglia il nostro paese.

Vorrei semplicemente fare un elenco. Non è il primo, non è neanche forse il più importante (ammesso che ci sia un ordine di importanza), è semplicemente il primo che mi viene in mente. A volte, serve anche il brain-storming. Probabilmente non sarà l’ultimo (non a caso ho messo un numeretto)… Seguiamo la moda e poi si vedrà. Se serve a tenere vivo il blog e informare, ben venga.

Elenco delle industrie fallite, chiuse, in crisi o in odore di crisi dell’agro pontino:

SVAR: produceva cartellonistica stradale, sorgeva dagli anni ’60 lungo Via Piave, all’altezza dell’incrocio con Via Piattella, Latina. Fallita a metà degli anni 90, lascia “sul campo”, oltre alle strutture, materiali inquinanti. Il luogo diventa “casa” per extracomunitari e barboni, finchè si decide di bonificarlo e vengono demolite le strutture. E’ ancora in attesa di riqualificazione.

– Rossi Sud: Fabbrica tessile situata sulla Via dei Monti Lepini, fallita, riqualificata come polo fieristico.

– Zuccherificio: situato lungo la ferrovia Roma-Napoli, adiacente alla stazione ferroviaria di Latina Scalo, fallito negli anni ’80 per la crisi del settore agricolo della barbabietola. Abbandonato per anni, l’idea geniale è stata di riconvertirlo a centro intermodale di smistamento merci (container dai treni ai camion). Ideale per il rilancio dell’industria pontina. E’ stato affidato ad una società partecipata del comune al 95%. Peccato che da quando ha aperto i battenti, abbia movimentato ben pochi container, tanto che le società di movimento e trasporto hanno abbandonato la piazza. Ad oggi, non si muove un container.

– Pettinicchio: Fiore all’occhiello dell’industria casearia pontina, marchio conosciuto in tutto il mondo, uno dei “core businness” dell’agro pontino: mozzarelle. Finisce in crisi, viene venduta a Granarolo, e da circa 2 anni nel sito di Via Appia (Latina Scalo) non vengono più prodotte mozzarelle, le quali, sempre a marchio Pettinicchio, vengono fatte al nord Italia o all’estero. I dipendenti sono ancora in vertenza coi proprietari.

– Meccano Aeronautica, ex Goodyear: sito nel comune di Cisterna, la Goodyear produceva pneumatici. Riconvertito in Meccano Aeronautica (padrone: Veneruso, noto dalle nostre parti), fallisce e chiude in vertenza con gli operai. La vertenza è tuttora aperta, il sito è in attesa da quasi dieci anni di un’ulteriore riconversione… peccato che della fabbrica ci sia rimasta solo la facciata.

– Nexans, ex Alcatel, ex Fulgorcavi: c’è poco da dire, la storia è recente e parla da sè. Si mobilitano lo scrittore Pennacchi e vari politici, ma i francesi chiudono e lasciano a piedi 300 persone. In attesa di acquirenti e riconversione, mobilità per tutti i dipendenti dello stabilimento di Borgo Piave.

– Mira Lanza: fabbrica di detersivi e saponi situata lungo la S.S. 7 Appia all’altezza del comune di Pontinia, è un altro frutto del boom degli anni 60 e del flop degli anni 80/90. Ricettacolo di rifiuti chimici, prende fuoco qualche anno fa. Finora, nulla di fatto, se non la classica idea di ricavarci un centro commerciale (e anche qui grane giudiziare di vario tipo in attesa di sblocco).

– Pozzi Ginori: altro gigantesco centro a Borgo Piave, fallisce e rimane abbandonata al suo destino. Anche qui rifiuti tossici dappertutto. Smaltirli costa troppo, anche se si parla di farci sopra un’altro centro commerciale.

– Tetra Pak: l’azienda svedese acquista il sito cartotecnico, poi lo rivende. Acquistata da un’azienda farmaceutica e riconvertita, per ora salvi i lavoratori.

– Mistral: produceva componenti elettronici a Latina Scalo, fallisce e rinasce in “Nuova Mistral”. Rifallisce, tutti a casa.

– AvioInteriors: produce interni per aeromobili. Anche qui Veneruso. dopo vari assestamenti, in attesa di accordo per nuova cassa integrazione

– Sicamb: produce componenti per aeromobili militari. Varie riduzioni di personale, continua a produrre (per ora)

– Bristol: produce medicinali e chimici, situata nel comune di Sermoneta. Venduta quest’anno alla Corden Pharma (cessione ramo d’azienda), subito esuberi e cassa integrazione.

– Janssen (farmaceutica): licenzia e poi assume precari.

– Marconi (Ericsson): sito di Latina ex Marconi in via dei Monti Lepini, ereditato da Ericsson nell’acquisizione. Si configuravano e integravano apparati di rete per vari clienti. Viene prima ridotto, poi chiuso e il personale trasferito a Roma.

– MIT – Manifatture del circeo – Circeo Filati: sito di produzione tessile sulla S.S. Pontina (all’altezza di Bgo S. Maria), fallisce nel 1995  e rinasce in Circeo Filati. Mobilità, cassa integrazione e solito finale con 200 persone a casa.

– Nuova Dublo: calzificio a Latina Scalo, dopo vari assestamenti sembra resistere.

E ora veniamo ad un altro elenco: le domande

– fermo restando che il problema è esteso al Paese intero, la crisi generale, ecc… quale giovamento ha portato l’industria nell’agro pontino?

– a cosa è servita la Cassa del Mezzogiorno (vedi titolo)?

– Conviene ancora cercare di rianimare il settore industriale?

– Quanto inquinamento c’è stato, e quanto bisogna ancora  scoprirne?

– tutto ciò ha influito negativamente sul settore agricolo?

– quanto è vicino il tracollo o la ripresa, semmai ce ne sarà una?

– cosa si sta facendo per arginare il problema (cosa non si è fatto)?

– su cosa bisogna investire? Sui servizi, tornare al settore agricolo? sulla ricerca? sulle nuove tecnologie (poli tecnologici e università)? oppure vogliamo rimanere in mano ai giochi delle tre carte delle multinazionali?

– QUANTE ALTRE INDUSTRIE IN CRISI MI SONO DIMENTICATO? L’elenco era basato solo sulla mia memoria.

Per oggi, basta.

Primo reportage Svezia

•luglio 10, 2010 • 2 commenti

Sole, mare, gabbiani. Che svolazzano e urlano ad un volume impressionante, tanto da sembrare gatti in amore. La sera si alza un venticello fresco, di giorno il sole brucia ma la temperatura è buona. Ma non siamo mica ai Caraibi!! Karlskrona, sembra un’isola ma isola non è. Circondata dal mare per quasi tutto il suo perimetro, si attacca al resto della Scandinavia da un istmo di terra, che contiene la strada e la ferrovia. Tutto intorno, a pochi chilometri d’acqua, una serie di isolette, ognuna con un suo significato, una sua anima e qualcosa da vedere. Tutto è tranquillo qua, anche troppo. Le auto sono egregiamente sostituite da una miriade di biciclette, una delle quali è il mio giallo destriero. Bastano 10 minuti a piedi per andare da una parte all’altra del paese. E’ luglio, periodo di ferie per gli svedesi. Chi parte e chi arriva, chi viene qua per le vacanze e chi si ritira nella propria villetta con piscina oppure gita in barca. In Svezia c’è la maggior concentrazione di seconde case e barche da diporto, un motivo ci sarà. E mi dicono che per loro, non è necessario andare chissà dove in vacanza, basta un po’ di mare, la barca o il barbecue in villa. Chiamali fessi. Le ragazze camminano per la strada, c’è il sole, gambe scoperte fino al limite, pantaloni cortissimi e canotte sono quasi un dovere. In questo paese dove d’inverno le giornate sono cortissime, d’estate bisogna prendere più sole possibile. E luglio aiuta, con la luce che dura dalle 4 di mattina fino alle 11 della sera. Un altro mondo.  Non oso immaginare il freddo invernale e la mancanza di luce, ma d’estate, devo ammettere, si sta bene. Manca una spiaggia, ma in qualche modo si può stare in riva al mare sdraiati al sole. Magari leggendo un libro sull’atollo – pensatoio, dove i ragazzi stanno lì a rimirare le calme acque. Lontano dallo stress e dai problemi tricolori, scopri che anche il lavoro qui è qualcosa di veramente tranquillo. Forse troppo per viverci, forse noi abbiamo bisogno di essere stimolati ogni secondo che passa della nostra vita, una parte di noi necessita di sforzo quotidiano e stress. Ci sguazziamo dentro e quando non c’è , un po’ ce lo andiamo a cercare col lanternino. Sarà. Ma intanto mi godo la vacanza – lavoro, cercando di trarre il più possibile energie fisiche e psicologiche, e perchè no, anche qualche buon metodo di lavoro o qualche concetto oscuro in precedenza.

Oggi ho preso il treno, in perfetto orario (che stranamente non è una costante neanche qua… spesso c’è ritardo). Una passeggiata a Ronneby, altra cittadina distante una trentina di chilometri da KK. C’era un mercato immenso, del tutto simile (sia come forma che come oggettistica) ai mercatini nostrani. Cibo locale, giocattoli cinesi, scarpe e magliette, insomma tutto ciò che trovi all’Eur la domenica o al Monticchio. Però la cittadina è molto bella. Sono attratto da una costruzione bianchissima su una collina. Salgo una piccola scalinata, e scopro che l’alta torre bianca circondata da un curatissimo giardino, è una chiesa. Forse una chiesa protestante, mancano croci sull’estremità del tetto. La sorpresa è che dentro, una donna mi offre caffè e dolci, e mi invita ad ascoltare il concerto d’organo che sta per iniziare. Cosa molto strana per una chiesa. Cose di altri mondi. Torno a passeggiare tra i fiori, le strade e il mercato. Dei ragazzi fanno il bagno nel fiume con canotti, materassini e bicchieri di birra. Simpatiche canaglie bionde, gente un posto ancora da scoprire.

Congratulations

•luglio 2, 2010 • Lascia un commento

Complimenti ad Antonio per un meritatissimo Premio Strega.

“Hai fatto metà del tuo dovere”.

Nord Sud Ovest Est… Centro!

•giugno 4, 2010 • 1 commento

Vi voglio raccontare una favoletta. Una storiella per bambini, di quelle che la mamma raccontava per farci addormentare. C’era una volta un Paese, che i vecchi si ostinavano a chiamare Italia, sul quale regnava felicemente una regina, che tutti chiamavano la Balena Bianca. Beh, a dire il vero era un po’ cicciottella, aveva pure qualche brufolo qua e là, ma tutti pensavano “sarà l’adolescenza, mica che mangia troppo, anzi mi pare pure un po’ anemica…”.  Sarà, ma a me pare proprio obesa… “zitto tu che non capisci niente! L’ho tirata su con tanta fatica ‘sta balena…” . Ci provarono in tanti a mettere in croce la balena, attaccavano il suo castello da destra e da sinistra, ma quella niente. Neanche la bomba atomica la schiodava. Fu così che cominciò a crescere sempre di più, cresci a nord, cresci a sud, venne un giorno in cui non riuscì più a muoversi per quanto aveva mangiato. Ma guai anche solo a sussurrare che forse era il caso di smetterla di mangiare… zitti e mosca! “Perchè tu non mangi? Ti manca qualcosa per caso? A ognuno la sua parte del panino”. Ma per qualcuno, proprio non se ne poteva più. Prima ci provarono i popoli del Sud, a dargli qualche spallata e dirgli farla finita. Ma la mamma diceva di non giocare col fuoco, e proprio quando essi stavano arrivando a colpire la Balena nel cuore, lei diede due colpi violentissimi con la coda e seppellì i malcapitati aggressori. Però, la Balena, un po’ per le botte che arrivavano da Sud, un po’ per quelle che arrivavano dall’Est, barcollava. Non si rendeva conto che di lì a poco si sarebbe sbragato l’intero paese sotto il suo peso, e sarebbe caduto tutto a pezzi, con fragore assordante. Certo è che una palla posizionata su un cucuzzolo, rimane in equilibrio stabile finchè qualcuno non gli dà una bel calcione. E quei “qualcuno” arrivarono presto dal Nord, il Trio delle Meraviglie, un set di attaccanti da Champions league. E tutti i pesci che vivevano dentro la balena, insieme a quelli che mangiavano gli avanzi del suo lauto pasto, iniziarono a preoccuparsi. Chi scappava di qua, chi scappava di là, chi decise di sputare tutti i rospi ingoiati durante lunghi anni di sottomissione, chi si indignava, chi minacciava, qualcun altro addirittura decise di farla finita. E la Balena si frantumò in mille pezzi. Qualcuno disse: “e ora che facciamo? chi se lo mangerà tutto ‘sto ben di Dio?” “IO!!!” Rispose una voce minacciosa, mentre i pesci scappavano. Era il Re dell’Onda, colui che dal nulla creò un impero. Si alleò con una schiera di generali, alcuni del Nord e altri del Sud, e tirò su nel giro di pochissimo tempo l’impero dell’Onda. “E ora come facciamo a gestire tutti i pesci che sono rimasti?” “Ci penso io” disse. “Innanzitutto le Onde vanno dove dico io. E se non dovesse bastare, se qualche spruzzo dovesse andare dalla parte sbagliata, applicheremo la regola Divide et Impera. D’altronde i Romani ci sono riusciti, e che noi del Nord ce la facciamo sotto?” “BRAVO!” rispose il suo alleato del granducato Verde del Nord. Ognuno il suo pezzo di terra, e poi ce la vediamo noi con i pesci, grossi o piccoli che siano. “BRAVO!” fecero eco da Sud. Tanto i rompiscatole già erano stati messi da parte, qualcuno a far compagnia ai cipressi, qualcun altro ad urlare nel buio frasi incomprensibili. E tutti i pesci piccoli, quelli che nuotavano a fatica, che stentavano ad arrivare da una parte all’altra del fiume, si sentirono improvvisamente contenti, cullati dalle Onde (solo quelle buone), emesse dall’Imperatore, che insieme ai suoi alleati, preparava grandi progetti per il Paese.

La storiella purtroppo si interrompe qua, come andrà a finire lo scopriremo solo vivendo. Ma uno di quei pesci che fecero una brutta fine, scrisse un giorno di un vecchio progetto, di trasformare il Paese in una “federazione di Regioni asservite ai poteri criminali”. Dove avesse trovato quella frase, non si sa. E quasi nessuno ne parlò più. Ma quanto è attuale, quella frase oggi, pare chiaro.

In un villaggio sperduto tra i monti e il mare, poi, c’è qualcuno che già si è portato avanti col lavoro. Ha fatto fuori con un’onda il suo rivale più agguerrito (che non era uno stinco di santo, s’intende) e ora vuole esportare il suo modello di “fondo” per governare il villaggio. Nel frattempo da quelle parti iniziano a scarseggiare materie prime come acqua, terra, lavoro e benessere. E si sa, quando scarseggiano queste cose, è più facile prendere per la gola gli abitanti,  gli amici del vicerè lo sanno bene, e già stanno arrivando con i loro cavalli a conquistare la terra Promessa e comprarsi la fiducia della gente per un tozzo di pane secco.

Questo articolo fa schifo e probabilmente è tutta una colossale boiata, lo so. Ma mi andava di raccontare una storiella, per come la vedo io, che andava ricordata. Ogni riferimento a fatti, persone o cose è puramente ver…. ehm… casuale.

Nip & Tuck… alla faccia del futuro

•giugno 3, 2010 • Lascia un commento

Leggendo una lettera inviata ieri da un insegnante al sito de “Il Messaggero”, un profondo senso di impotenza e disorientamento mi pervade. Come un puzzle, pezzo dopo pezzo inizia a schiarirsi un’immagine, e i primi risultati stanno arrivando. Ricostruendo gli ultimi 10 anni della scuola italiana (senza andare troppo indietro nel tempo), il taglia e cuci perpetrato dai ministeri susseguitisi alla guida dell’Istruzione è sconcertante. Tagli ai programmi umanistici, abuso di nozionismo nei programmi scientifici e tecnici, poco metodo e soprattutto poca voglia. Se l’obbiettivo era quello di riformare la scuola e formare una nuova classe studentesca più preparata ad entrare nel mondo del lavoro, atta a colmare la mancanza di tecnici e operai, il fallimento è già accertato. Se l’obbiettivo era quello di tagliare i costi, pensando solo alle fredde cifre, è fallimento su tutta la linea, dato che si è andati a toccare solo il settore più debole (insegnanti precari, sostegno, ricerca, innovazione) e allo stesso tempo il più importante (la preparazione scolastica e i programmi di studio). Non è stato toccato il fardello più grande, ovvero dirigenza e “baroni”, il vero costo fisso della pubblica istruzione. Se invece, come pensano in molti, e a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, l’obbiettivo era quello di creare una spaccatura tra scuola pubblica e privata, spingere chi ha i soldi a mandare i figli alla scuola privata e tutto il resto si arrangi, creando due classi distinte nel Paese, in perfetto stile terzomondista, allora è tutto un altro discorso. Obbiettivo (quasi) raggiunto. Da una parte chi paga, prende il diploma, dirige, figli di papà e mammà. Dall’altra parte chi paga le tasse (neanche poche) si arrangia, una massa di pecore e carne da macello da sfruttare come classe sotto-operaia, che lavora (precaria), rimane nella sua ignoranza, incapace di pensare e ragionare, quindi incapace di dare fastidio (basta che non gli si tolga la TV “generalista” eh!). Forse è una visione catastrofista della realtà, ma le avvisaglie iniziano a diventare un po’ troppe. E non dategli un determinato colore politico, visto che “riforme” del genere sono arrivati da un parte (tagli indiscriminati e classismo) e dall’altra (clientelismo e favori alla casta degli insegnanti, classismo anche qua). Dice: vabbè, ma chi te l’ha detto che stiamo creando una classe ignorante? Fatevi un giro sul web. Prendete un qualsiasi forum. Leggete qualche frase. Ok, prima il web non c’era, e non si notava chi scriveva “ho” senza h, chi sbagliava congiuntivi, chi non conosceva Garibaldi e Mameli, chi non sapeva fare una divisione a due cifre. Eravamo già ignoranti o lo siamo diventati? Riflessione: se oggi chiedo a mia nipote di 10 anni – quinta elementare – il programma di storia e geografia, il programma di matematica… è esattamente la metà di quanto si studiava 15 anni fa. Sì è vero, è stato aggiunto inglese e computer… bella idea davvero, se fossero insegnanti qualificati o madrelingua a spiegare Windows o a parlare coi ragazzi… invece ci ritroviamo riadattati insegnanti di Lettere, pseudo insegnanti di inglese la cui pronuncia farebbe rabbrividire il mitico John Flanagan (cit. per intenditori). Il tutto per la storica e tutta italiana attenzione del Paese alla demeritocrazia e al poltronismo. Detto ciò, non possiamo evitare di parlare di TV anche stavolta. Ce n’è per tutti, pupe e secchioni. Bombardando l’Italiano medio di programmi del genere, salta fuori l’idea che “c’è qualcuno che sta peggio di me, non sa neanche chi è Napolitano e che Roma è la capitale” (cfr la Pupa ignorante); dall’altra parte, l’idea associata è “guarda che fine fa chi studia troppo” (cfr il Secchione stupido). Quindi tutti sono autorizzati a pensare che “io sto bene così” e “non serve lamentarsi e cercare di migliorare le cose”. Vedi sopra, fai due più due (almeno questo riusciamo ancora a farlo, spero), e il quadro è chiaro. La strategia anche. Sarà forse l’ultimo grido di dolore, forse ho detto una marea di stronzate, ma provate a parlare coi vostri figli e fate un confronto con qualche decennio fa. Senza allargare troppo il discorso, forse alcune risposte alle domande “perchè ci chiamano bamboccioni” e “perchè i cervelli scappano all’estero” arriveranno.

Antonio Pennacchi – Palude

•giugno 1, 2010 • Lascia un commento

Storia d’amore, di spettri e di trapianti. Questo è il sottotitolo, questo è il racconto. Una serie di storie tra il serio e il faceto, tra storica fantasia e triste realtà, tra canali, nuove fabbriche e vecchie leggende popolari. Questo è il racconto, questo è Pennacchi. In questa edizione riveduta e corretta del suo libro, il buon Antonio non ci fa mancare niente della sua vena letteraria, della sua schiettezza narrativa, del suo linguaggio diretto e sfrontato. Si intrecciano storie di vari personaggi, su tutti il protagonista Palude, un ragazzo grande e grosso, operaio in fabbrica alla Fulgorcavi (sic… corsi e ricorsi storici), e del suo cuore malato. Il racconto reale si snoda a Latina, negli anni ’70/’80, nel pieno del boom industriale dell’agro pontino, ma viene arricchito di mille rivoli narrativi e spunti storico – leggendari, come i fantasmi di Cencelli e Mussolini, a cavallo della sua Guzzi 500, talmente incazzato nero con chi ha gestito l’Agro dopo la guerra, da far di tutto per far tornare la palude. Storielle simpatiche (da cui Pennacchi si dissocia, dichiarando di averle raccontate per sentito dire da amici e parenti), ma che neanche tanto velatamente, sono una delle tante grida di dolore dell’autore sul degrado e l’abbandono della terra pontina. I riferimenti sono chiari, e per chi conosce un poco Latina, persino ripetitivi di storie sentite e risentite. L’ospedale, le terme, la pontina, lo stato del litorale… e pure qualche personaggio, anche se sotto mentite spoglie, come il Federale (il buon vecchio Finestra). A conti fatti, la storia narrata è curiosa, interessante, anche ai “profani” dello stile Pennacchiano (perchè ormai, di stile si tratta, impossibile negarlo), ricca di intrecci e con varie sorprese qua e là. E poi, alla fine, ti chiedi: ma sarà davvero Lui, a fare tutto quel rumore di notte, e a decidere ancora le sorti dell’Agro Redento, insieme alla sua cricca di amici-nemici? Chi vincerà la battaglia??