Dopo quasi un mese e mezzo a respirare sabbia, torno a calpestare la terra dei cachi, e la trovo in bilico tra inverno, primavera ed estate. La vera pioggia è tornata a battere sui tetti, diversa da quella che avevo conosciuto in medio oriente, pregna di sabbia e poco duratura. Il sole vivo si fa largo tra le nubi, e la temperatura è mite. Mentre l’aereo plana sul viterbese e punta verso la pista di Fiumicino, mi commuovo a rivedere la forma dei laghi, le strade, i campi coltivati e infine il mare, uno degli elementi che mi mancava di più nella lunga permanenza all’estero. Torno a respirare aria di casa, e uno dei primi pensieri che mi viene in mente è quanto noi critichiamo la nostra terra, certo carica di problemi e contraddizioni, ma pur sempre la nostra terra. Quando vado via per un po’ di tempo, qualsiasi sia il posto che io abbia visitato, capisco che l’Italia è l’Italia. Non è nazionalismo, è semplicemente un constatare che qui non è tutto da buttare, e che ci rendiamo conto di quello che abbiamo solo quando ci manca. Poi possiamo criticare quanto vogliamo ed è giusto farlo, possiamo dire che siamo la repubblica delle Banane, ed è vero. Possiamo dire che non sfruttiamo il turismo, quando sono migliaia i tedeschi che prendono il volo Francoforte – Roma con in mano le guide per arrivare a San Pietro e al Colosseo. Possiamo dire che abbiamo la mafia e che gli amici stranieri ci prendono in giro quando siamo in gruppo all’estero chiamandoci “Italian Maphia”, e ce la siamo cercata, in qualche modo. Croce e delizia del Mediterraneo, il nostro paese. Ma come non apprezzare il fatto che puoi trovare pasta Barilla e Grana Padano in tutto il mondo, come non osservare le donne coperte dall’Abaya nero spendere migliaia di Ryal per comprare vestiti di Valentino e ragazzi sbavare sulle Ferrari. Abbiamo tanto e lo sfruttiamo poco. Eppure l’Italia fa gola a tutti, tranne che a noi Italiani. E’ giusto lamentarsi, ma bisogna farlo in maniera costruttiva. C’era un’articolo sulla simpatica Nonciclopedia, riuscita parodia di wikipedia, che parla di qualunquismo, una sorta di lamentarsi a prescindere perchè tutto va male e andrà sempre peggio. Non che queste settimane siano piene di gioie, ma penso sia ora di smetterla di dire “è tutto uno schifo” ma iniziare a distinguere, quasi a fare una classifica delle cose di casa nostra, partendo dallo “schifo profondo” e arrivando alla parte buona. Magari c’è da cercare col lanternino, ma possiamo star tranquilli che c’è, e bisogna rivalutarla. Anche quando il sole è coperto dalle nubi.
La quiete dopo la tempesta
•Aprile 1, 2009 • Lascia un CommentoFree as a bird
•Marzo 18, 2009 • Lascia un CommentoA distanza di un mese dall’ultimo post, torno a scrivere qualcosa su questa specie di taccuino Moleskine chiamato blog. Oggi scrivo a ruota libera, non ho voglia di approfondire un argomento in particolare ma soltanto dire qualcosa, se non altro per far sentire che sono vivo. Dopo un mese e un paio di giorni sono ancora qui, all’ombra della mezzaluna, barcamenandomi tra billing system, richieste di estensione del visto, cene da Mama Noura a base di hommos e pane caldo, feste alcoliche nel quartiere diplomatico e una marea di nuove conoscenze, giocoforza di sesso maschile. Di quest’ultima cosa sarà contenta la mia ragazza, probabilmente. Devo dire che sto incontrando persone provenienti da ogni angolo del pianeta. Dall’australiano Graham al brasiliano Rafael, dalla sterminata colonia di Pakistani passando per Istanbul fino ad arrivare a Buenos Aires con scalo a Parigi. Una menzione speciale va agli Italian Speakers, ovvero tutti quelli che per un motivo o per un altro, appena capiscono che sei italiano iniziano a sbiascicare qualche parola tricolore. Vogliamo parlare di Rodolfo, argentino dal cognome italiano, come molti nella terra della pampa? Del somalo Ali e e del’eritreo Tahir, che non perdono occasione per parlare in italiano ricordandomi i loro genitori vissuti sotto l’egida di Mussolini. Oggi Ali mi ha chiesto di tradurgli una frase dall’inglese all’italiano, così per scriverla ai suoi corrispondenti italiani in attesa del visto e fare bella figura. Ho scoperto che in questo paese gli italiani sono benvoluti da tutti, specie dai giovani sauditi. Questi ragazzi crescono a pane e pallone, dalla TV satellitare (proibita solo sulla carta, ma ce l’hanno tutti compresi i locali pubblici) non perdono una partita del campionato italiano, conoscono a menadito le formazioni di inter, milan, juve e dulcis in fundo anche della Roma! Girano per strada con le maglie di Totti, Ronaldinho, Ibrahimovic. Giuro di aver visto un ragazzino obeso con indosso una maglia dell’inter di Bobo Vieri…
Ho avuto occasione di rispolverare il francese, o meglio quelle quattro frasi che so mettere insieme grazie alla buonanima della professoressa Lazzaro, la quale ho saputo essere passata a miglior vita proprio in questi giorni. Sono veramente dispiaciuto, credo sia difficile trovare una insegnante di francese così incisiva. Ho studiato francese nei tre anni delle medie, e ancora riesco a tirare fuori frasi sensate con una pronuncia decente, nonostante non abbia mai chiacchierato con alcun rappresentante della popolazione oltralpe prima d’ora. Il buon Victor, francese doc e appassionato di rugby, mi sorride quando lui mi domanda in inglese e io gli rispondo in francese.Da qui a fare un discorso ce ne passa, ma sono soddisfatto così. Altre quattro parole in spagnolo tra me, Rodolfo e il brasiliano Rafael, e abbiamo completato la lezione di lingue straniere, passione che probabilmente mai si dileguerà dai miei pensieri.
Se avete avuto la forza di leggere tutte le frasi libere che stasera mi va di scrivere, e siete arrivati fin qua, veniamo alle notizie. Dopo la tempesta di sabbia e la tempesta di richieste da parte di Mobily, con buona probabilità il mio lavoro giunge al termine e forse, con qualche giorno di anticipo sulla tabella di marcia, nel prossimo weekend musulmano tornerò nel Paese del Sole, assaporando i primi profumi di primavera, checchè ce ne siano, della terra d’Esperia. Dopo aver respirato quintali di sabbia, un buon bicchiere di vino e una braciola di maiale forse, e dico forse, rischiareranno la mia gola. Inshallah.
Arabian nights – Faisaliah
•Febbraio 19, 2009 • Lascia un CommentoSembrerà strano, ma la sera si esce anche qua. Anche in un paese dove cinema e pub sono vietati, i ragazzi in qualche modo cercano di divertirsi e andare in giro. Noi siamo andati a visitare la cima della Faisaliah Tower, la seconda torre di Riyadh, più bassa della imponente Kingdom Tower. Dopo una mezzoretta nel traffico caotico, dove chi guida non conosce regole, parcheggiamo nelle vicinanze della torre. Macchine fotografiche alla mano, subito cerchiamo di fare qualche foto alla base dell’imponente ma slanciato edificio. Escono dei ragazzi in macchina dal parcheggio e iniziano a prenderci in giro urlando “Don’t take picture, this is Saudi Arabia, not Australia!!”. E meno male che gli alcolici sono vietati! Entriamo nell’enorme centro commerciale alla base della torre, con l’intento di mangiare qualcosa. Il centro è incredibilmente affollato, facciamo un giro quando due guardie ci fermano e ci invitano non entrare in una certa zona, dedicata solo alle famiglie. Noi gentilmente chiediamo di poter andare al Sony Store pochi negozi più avanti e ci fanno entrare tranquillamente… e chi li ha visti più?
Affamati come leoni saliamo nel Food Court, dove la folla aumenta a dismisura. Ma quanto di più inconsueto possa accadere, scopriamo che è pieno di donne!! E per di più la maggior parte a volto scoperto, se non senza velo! Sarà il weekend… tutto questo nonostante alcuni rappresentanti della polizia religiosa erano lì… vacci a capire, in questo paese. Comunque a parte gli ormoni centrifugati, non c’era un posto a sedere quindi mangiamo al volo un panino e ci rechiamo all’ingresso della torre, per salire su in cima. 35 Ryal il prezzo del biglietto, circa 7 euro, passiamo il metal detektor, saliamo su un ascensore iperveloce che ha l’effetto collaterale di far tappare le orecchie… arriviamo sotto la grande “palla” metallica della torre. Experience, si chiama il piano dove si arriva. Si esce su una terrazza quadrata protetta da vetrate dove tirano raffiche di vento gelido, ma il panorama è veramente suggestivo. Le luci della città si perdono nella notte, e da questo punto visuale riesci a capire dove finisce Riyadh e dove inizia il deserto. La Kingdom tower è ben visibile e si staglia come u
n grande cavatappi illuminato. Morti di freddo, scattiamo qualche foto qua e là ai quattro lati della terrazza, e ci facciamo fare foto da alcuni ragazzi arabi che visitavano la torre insieme a noi. Ma cosa ci sarà sopra la palla? si potrà salire? Sapevamo che ci fosse un ristorante molto costoso, ma volevamo vedere se si potesse salire ancora più su. Allora prendiamo l’ascensore e spingiamo il tasto più in alto… Su un piano uno scarno negozietto di ricordi, su quello superiore il ristorante supervip… dove bisogna prenotare chissà quanto prima e i prezzi, vista la gente che c’era e le scatole di sigari all’ingresso, saranno abbastanza inaccessibili a dei poveri Solution Integrators… Il cameriere ci invita con le buone maniere ad andare via, dopo che tutti i presenti ci squadravano pensando fossimo usciti da chissà dove… La bella serata finisce in un altro locale, una specie di caffè dove c’è un piccolo museo di auto modificate, e poi nel traffico dove orde di ragazzini con macchinoni si divertivano a bloccare ancor di più la strada trafficata scendendo dall’auto e ballando come pazzi sulle note di musica da discoteca araba!
Altre foto sono su flicker, come al solito su
http://www.flickr.com/photos/giovychannel
oppure per gli amici, su Facebook.
Il cacciatore di aquiloni
•Febbraio 13, 2009 • 1 CommentoRecensione
Kabul, anni ‘70. Due ragazzi, amici per la pelle: il primo, Amir figlio del ricco padre Baba e orfano di madre, di etnia Pashtun. Hassan, figlio di Ali, il servo della casa di Amir, di etnia Hazara. I due vivono un’infanzia normale, amici nonostante quella linea divisoria tanto invisibile quanto netta che separa le due etnie. Padrone e servo insieme, nel gioco che più entusiasma i ragazzini di Kabul: la caccia all’aquilone. Il difficile rapporto di Amir con il padre dalla forte personalità, e l’antagonismo con il “bullo” Assef e i suoi due compari sempre pronti ad offendere con parole e fatti il “diverso”, il ragazzino hazara, accompagnerà i due finchè un giorno non accadrà un episodio terribile che cambierà per sempre le loro vite. Sullo sfondo, un Afghanistan tranquillo che di lì a poco verrà invaso dagli shorawi, i russi comunisti, perdendo per sempre la pace e la libertà. Khaled Hosseini sfrutta una storia di vita per raccontare ciò che era ieri il proprio paese e ciò che ne rimane oggi, dipingendo con pennellate sparse ma intense prima l’invasione russa, poi il regime dei talebani fino ai giorni nostri, colorati di stelle e strisce. Un racconto ricco di colpi di scena, in cui il protagonista scoprirà una miriade di lati oscuri della sua esistenza, incasserà colpi a destra e a manca e si troverà a risolvere un complicato problema, per tornare ad essere a posto con la propria coscienza. Un libro, dal quale è stato tratto anche un omonimo film, che come secondo titolo potrebbe avere “Miseria e nobiltà”. Due parole che, nella storia temporale dell’Afghanistan, sono tristemente invertite.
Volver
•Febbraio 1, 2009 • Lascia un Commento
Johannesburg, Sudafrica. Sabato 31 Gennaio 2009. Volver. In onore delle due mie nuove conoscenze ispaniche nel cuore caldo dell’Africa. Senza togliere nulla a tutte le altre persone squisite le quali ho avuto il piacere di incontrare, ma ho un debole per lo spagnolo e tutto ciò che ruota intorno all’accento iberico. Di questo viaggio, come in tanti altri, porto dentro soddisfazioni e rimpianti. Il fatto di aver compiuto il mio dovere nell’ambito lavorativo, superando le non poche difficoltà, dovute sia alla mia inesperienza che ai misfatti della reale casa svedese, lascia il campo a un piccolo grande vuoto dentro di me. Essere in un paese lontano migliaia di chilometri da casa propria, rigoglioso di foreste, laghi e natura incontaminata… e non poterlo visitare. Probabilmente il mio è un pensiero di chi vuole “la botte piena e la moglie ubriaca”, me ne rendo conto, ma crepo d’invidia al solo sapere che mentre io sto aspettando il volo per Londra, i miei due colleghi spagnoli stanno fotografando il lago Malawi. La mia mente si costella di altri rimpianti, quali non aver approfondito la conoscenza della lingua spagnola, limitandomi al mio traballante inglese, ma forse faccio troppa autocritica, o se volete auto lesionismo psicologico. In questi casi forse è meglio applicare il proverbio di un mio vecchio professore universitario, tanto bastardo quanto geniale: prendi osserva e porta a casa. Così, mi godo il panorama di Johannesburg dal suo aeroporto, mentre si accendono le luci della sera e dietro il mio aereo le auto con la guida a destra sfrecciano per le vie sudafricane, e penso che forse qualcosa di buono l’ho realizzato, e magari ho aggiunto qualche pezzettino nel puzzle dei ricordi che pian piano si compone nel mio cuore.
Buon rientro, Giovy.
Africa
•Gennaio 24, 2009 • 1 CommentoCome in un diario di viaggio raramente aggiornato, torno a scrivere qui. Un viaggio estenuante. Parto lunedì dalla città eterna, faccio tappa alla corte della Regina Elisabetta, scendo fin giù nel paese che dall’Apartheid si tuffa dritto nei mondiali del 2010, e finalmente, martedì sera, arrivo in un minuscolo aeroporto immerso nel verde, dalla pista simile ad un sentiero di montagna: Blantyre, Malawi.
Il lavoro, fortuna o sfortuna fate voi, mi porta a visitare paesi che probabilmente in una vita normale non avrei mai sognato di vedere o vivere. Dopo il Kingdom of Saudi Arabia, per gli amici KSA, la piccola Repubblica del Malawi. Tre visti sul passaporto, due sudafricani (entro ed esco) e uno alla dogana di Blantyre, e sono nel cuore dell’Africa sub-sahariana. Il primo impatto? Pensavo peggio. Gli storici chiamano questo paese “la Svizzera africana”, ed a prima vista potrebbe esser quasi vero. Probabilmente in questo paese se la passano meglio rispetto ad altre terre di questo martoriato e povero continente. Alberi e vegetazione dappertutto, le strade dissestate ma decenti, migliaia di persone a piedi, qualche baracca qua e là. Tutto sommato la città pare mantenuta bene, strade abbastanza pulite, palazzi e villette. Probabilmente la povertà vive a ridosso dei centri abitati, o nelle zone rurali… chissà. Il mio autista George corre come un pazzo, ad ogni curva mi attacco al sedile del fuoristrada pensando “ora ne mette sotto un paio”, però tutto fila liscio. Guida a sinistra (il Malawi è un’ex colonia inglese), la solita figura di m… quando per salire sulla macchina vado verso il lato guida e George se la ride, pensando “eccone un altro” …
In questo periodo, in questa zona del mondo è stagione delle piogge. Vuol dire che in una giornata da un momento all’altro si passa dal sole caldo africano ad un acquazzone da foresta amazzonica, pesante e copioso. La bellezza del tramonto, appena smesso di piovere, quando le nuvole si diradano all’orizzonte ed il sole rosseggia dietro le montagne boscose, non ha prezzo. Sono immagini che rimangono dentro, penso per tutta la vita.
Vorrei aggiungere una foto, ma la connessione dell’albergo è molto lenta, quindi vi lascio alle foto su Facebook (per gli amici) e al link del mio album su Flickr qua sotto (per tutti gli altri).
Buona visione, e saluti dal cuore caldo dell’Africa.
Mama Noura
•Ottobre 24, 2008 • 2 Commenti
Torno a raccontare storie dall’oriente, dopo una piccola parentesi d’attualità e di sport, per narrare quel poco di vita vissuta nel Middle East. Una delle migliori attività consentite in Arabia Saudita, seconda solo allo shopping, è mangiare. Con la dovuta regolamentazione, ovviamente: vietata la carne di maiale, animale profondamente impuro secondo la legge islamica, vietatissimo l’alcool, fonte di vizio e perdizione, si rischia la galera e forse qualcosa in più. Tolti questi piccoli dettagli, la gente del posto può sbizzarrirsi, e lo fa, con ogni genere di pietanze, provenienti da tutto il mondo. Del resto, della miriade di schiavi, operai, camerieri non ce n’è uno di origine araba saudita. Filippini, malesiani, palestinesi, cinesi, indiani e infine noi europei, trapiantati in un ambiente ostile a causa del Dio Denaro che in queste terre spopola quanto e forse più di Allah. Ma anche gli Arabi autoctoni non scherzano con le cibarie. Perciò ad ogni angolo di strada, c’è un posto dove si può mangiare. Questi locali si dividono in 4 categorie, in ordine di riprovevolezza: gli zozzoni, i fast food, i Mama Noura, e i ristoranti. Sugli zozzoni c’è poco da dire, la parola stessa spiega tutto. Scarsa igiene, servono Shawarma (kebab per intendersi), carni varie, contorni e antipasti come l’Humus, il quale per mangiarlo vige la regola “prendi il pane e lanciaglielo dentro”. Di FastFood ce ne sono a migliaia. Le grandi catene internazionali hanno investito miliardi in questa terra, e troviamo, oltre al caro vecchio McDonald, i vari Kudu, Burgerking, e una miriade di sottocatene di cui non sapevo neanche l’esistenza. Nei centri commerciali il Food court è un’ambiente completamente dedicato a questi fast food, tra i quali spiccano quelli che ostentano con innata pesantezza la cucina italiana. Un successo, ma solo per chi non proviene dal Bel Paese. Dei ristoranti non ne ho provato nessuno, visti i costi, e posso dire solo che ce ne sono pochi in quanto la maggioranza dei posti dove mangiare rientra nelle prime due categorie dall’aspetto economico molto più allettante. Dulcis in fundo, Mama Noura. Un giorno chiedo al mio collega Basem, durante un viaggio in auto, cosa volesse dire “Mama Noura”. E lui, sorpreso, mi fa “non lo sai? Mama vuol dire Mamma, no? Noura è un nome”. Ok, a volte le cose sono molto più semplici di ciò che si pensa, ma vai a pensare che in Arabia Saudita mama equivale a mamma? Ma veniamo al cibo. E’ chiaro che in una terra dove gli alcolici sono tabù, qualcuno prima o poi avrebbe dovuto inventare qualcosa di alternativo. I succhi di frutta! Mama Noura è un Juice Center,
ovvero un posto dove tonnellate di frutta vengono spremute per creare freschissimi succhi, tenuti in enormi contenitori e serviti in bicchieroni di plastica o vetro. I paesi arabi importano frutta in quantità enorme, e ne fanno uno dei loro cibi e bevande preferiti. Puoi mischiare vari gusti, dal tamarindo all’albicocca, dal melograno al lampone, il Big Juice è quasi un obbligo per chi va a cena in questo locale. E cosa mettere sotto i denti? Due tipi di shawarma, pollo e agnello, antipasti, carne alla griglia, e gli ottimi Pastry Cheese, una specie di piadina al formaggio cotta nel forno a legna come fosse una pizza. Una ventina di inservienti sono pronti a servirti, e sono velocissimi nel tagliare la carne e plasmare perfetti panini. E’ uno dei locali piu famosi, ed è facile trovare la coda, anche perchè è frequentato molto dagli arabi autoctoni. E soprattutto è pulito, cosa rara se si cerca qualcosa da mangiare nella periferia di Riyadh. Per chi volesse provare un brivido orientale, qui sotto vi lascio il link al sito. Indovinate in che lingua è scritto?
Chelsea – Roma 1-0
•Ottobre 23, 2008 • Lascia un Commento
Era più di un anno che non commentavo una partita della mia squadra del cuore. Non perchè i risultati sono quelli che sono, semplicemente per questione di tempo e soprattutto perchè è la prima partita che riesco a vedere tutta dall’inizio alla fine, senza altri impegni incombenti. Una prestazione incoraggiante quella di ieri sera, viste le premesse agghiaccianti e la crisi galoppante dei giallorossi. Senza Pizarro e Juan persi poco prima del fischio d’inizio, con gli assenti storici Cassetti e Baptista e una serie di acciaccati da far invidia al CTO. Roma finalmente guardinga e generosa nel pressing, squadra corta e buone ripartenze. Fa ben sperare il Capitano, vederlo correre più degli altri è un buon segno (per lui). Ma veniamo al PAGELLONE!
DONI 6 – Para il parabile, lo salva la traversa scheggiata da Lampard nel primo tempo. Ottimi interventi in uscita bassa e sicurezza sulle uscite alte. Sul gol non ha colpe, qualcun altro avrebbe dovuto marcare Terry.
CICINHO 6 – La notizia è che contrasta e recupera palloni, spostandosi anche in diagonale verso il centro. Di contro spinge poco, ma è un pò l’atteggiamento di tutta la Roma di ieri sera.
MEXES 7 – Chiude su tutto e tutti, le prende e le dà, si accapiglia con mezzo Chelsea ma sul più bello si perde (insieme a De Rossi) il capitano Terry che con un colpetto di nuca spegne la partita. Senza quell’errore sarebbe stato 8.
PANUCCI 7 – Come Mexes, in più ci mette l’esperienza. Per fortuna a Udine ci sarà.
RIISE 6 – Finalmente una prestazione decente in fase di copertura, anche se con poca propensione alla spinta. Ancora dobbiamo vedere un rombo di tuono, finora solo scarse nuvolette lanciate verso la porta avversaria. E a volte neanche quelle. (37° st TONETTO ng – Troppo poco tempo per capirci qualcosa).
DE ROSSI 5,5 – Prestazione più che opaca, si vede poco nelle azioni. Stesso discorso di Mexes sul gol, uno dei due avrebbe dovuto staccare sul gigante Terry. Per il resto non propone il passaggio e non detta i tempi. E non tira in porta, come dovrebbe.
TADDEI 5,5 – Primi minuti buoni, poi si spegne piano piano. Si vede che manca alla Roma una spinta su quella fascia. (36° st MENEZ sv – Dieci minuti non bastano mai, però entra in campo con un’espressione da cimitero. Ci vuole molto più impegno, caro Jeremy.)
BRIGHI 7,5 – Migliore in campo. Tampona da tutte le parti le avanzate dei Blues, con le buone o con le cattive. Qualcuno lo ha paragonato a Matthaus (traducendo il suo nome) e Matteo nel suo piccolo lo ricorda. Propositivo anche in fase di appoggio e inserimento, ha la palla al bacio fornita da Totti ma una deviazione salva il risultato. Sarebbe stata un’altra partita, ma noi ci teniamo stretto questo grande mediano.
AQUILANI 5,5 – Altra nota dolente della serata: l’ennesimo infortunio. Non se ne può veramente più. Di questo passo, perdendo un uomo a partita, giocherà la primavera. Per il resto un Alberto spento. Dovrebbe fare il Perrotta ma non è il suo ruolo, ci prova ma non gli riesce. E si becca pure l’infortunio. (15°st PERROTTA 5 – Non la prende più da molto tempo, figuriamoci quando non è in forma.)
VUCINIC 4,5 – Qualcuno mi spieghi perchè con il Montenegro divora le zolle del campo e con la Roma resta al bar a bere l’omonimo amaro? Lezioso, non affonda e non parte. Non riesce ad andare in dribbling. La notte di Madrid è un bel ricordo lontano.
TOTTI 7 – Sarebbe 6 e mezzo, ma cosa vuoi dire a un calciatore che corre così dopo mesi di assenza, infortuni da far gelare il sangue e recuperi da record? Qualcuno in radio ha detto “commovente”, io aggiungo che se non si trova qualcosa di simile sul mercato scordiamoci una Roma competitiva per i prossimi anni.
I perchè di Facebook
•Ottobre 21, 2008 • 2 Commenti
“Ma guarda un pò… c’è anche lui! Non l’avrei mai pensato! “. Quante volte ho detto e sentito questa frase nelle ultime settimane? E’ il fenomeno del momento, il social networking. Leggendo quà e là notizie in rete, sembra che il solo Facebook abbia avuto un incremento di visitatori del 961% da agosto. Dato impressionante, se va ad aggiungersi agli altri gestori come MySpaces, di questo nuova frontiera del web mondiale. Ne ha parlato anche la TV qualche tempo fa, e nei giorni successivi ho notato una serie di persone che conosco entrare magicamente nel mondo del social networking. Potere della scatola magica! Ma quali sono i motivi per cui questa moda si è allargata a macchia d’olio? Io mi sono fatto un’idea personale. Circoscrivendo la discussione al solo Facebook (quello che conosco meglio), secondo me l’idea tanto stupida quanto geniale è l’aver spinto l’utente a mettere come identificativo nome e cognome di battesimo. La tanto agognata e sospirata privacy in questo modo va un pò alle ortiche, ma si apre uno scenario dalla portata enorme: l’utente può andare a ricercare un vecchio compagno di scuola o una vecchia fiamma semplicemente ricordandosi nome e/o cognome oppure qualche dato significativo della persona interessata. Un’arma vincente, in un mondo dove ci si perde facilmente, soprattutto se si cambia quartiere, città, o paese. Più semplicemente, pensate alla vostra vecchia amica del cuore (e non solo) conosciuta alle elementari o alle medie e persa di vista negli anni di scuola o università: “ma come si chiamava? ah ecco, Ermengarda!” “Add as Friend”, attendi che lei/lui confermi (e quasi sempre confermerà) ed ecco di nuovo il contatto quotidiano. Vi lascio immaginare l’innamorarsi di una donzella e iniziare a inviarle dolci regalini virtuali… E’ un pò il trend di questi ultimi 10 anni. Se ammettiamo che il primo scopo di questi strumenti è aiutare a trovare l’anima gemella, è facile capire passo dopo passo l’andamento di quest’ultimo decennio in ordine quasi cronologico: Telefono, Cellulare, SMS, E-Mail, mIRC, Messenger,SocialNetworking. Senza contare SecondLife, che non conosco ancora. E noti che la tecnologia, a parte il luogo comune che dice abbia cambiato il nostro modo di vivere, ha aiutato tutti noi ad esprimere quei sentimenti più profondi che abbiamo paura a dire guardando negli occhi la persona interessata. Quanto è più facile dire “ti amo” o “ti voglio bene” trincerati dietro ad una tastiera, piuttosto che abbracciati su una panchina ai giardini pubblici? E quanto è più facile mandare a quel paese il nemico di turno piuttosto che litigarci in piazza? La tecnologia aiuta è vero, ma ci manca anche quel pizzico in più di coraggio e imprevedibilità. Anche io sono su Facebook, la cosa è nata qui in Ericsson tra colleghi, “Perchè non venite su facebook, è bello puoi fare un sacco di cose con gli amici”!! ed è vero. in maniera virtuale ma si può fare tutto: creare gruppi, sfidarsi in giochi di intelligenza, diventare fan di qualcuno (o di qualcosa, tipo la Nutella…), condividere foto, video, viaggi e sensazioni. Dire a tutti che sei single o fidanzato. E un potenziale di applicazioni pressochè infinito, la maggior parte create da utenti comuni. Pensate che c’è anche il gruppo “Cani e Porci”, e questo spiega tutto. Ma io non mi ci sono iscritto.
Roberto
•Ottobre 16, 2008 • 3 Commenti“Scrivere, scrivere, scrivere ancora, ora la guerra paura non fa”. Parafrasando una canzone di Vecchioni, sembrerebbe l’antitesi perfetta di una storia che è alla ribalta da un paio d’anni. Ma Roberto Vecchioni sta nella sua Milano e da San Siro a Samarcanda passano un migliaio di chilometri e una trentina di miliardi di euro. Questa associazione di idee mi riporta a ieri sera. Solitamente non guardo la TV fino a tardi, la mattina mi alzo alle 5.50 per andare al lavoro e soffro maledettamente il sonno, e soprattutto non guardo le pseudo tribune politiche – show come Matrix e Porta a Porta. Ma ieri da Mentana c’era un ragazzo poco più grande di me, che potrebbe tranquillamente essere un mio compagno d’università, un collega di lavoro, un amico con cui uscire il sabato sera e parlare del più e del meno davanti ad una birra gelata. Finii di leggere “Gomorra” qualche mese fa e durante tutta la lettura, pagina per pagina, mi prese un senso di nausea “fisico”, che parte dallo stomaco e rimbalza nel cuore come una sventagliata di Kalashnikov. Tutti sapevano (e sanno) che la Campania è la terra di Gomorra. Tanti sanno che Gomorra è qualcosa di pù che chiedere il pizzo alla pescheria, commerciare la cocaina e sparare al rappresentante del clan rivale. Pochi immaginano che le mafie sono la prima industria italiana, con un fatturato annuo doppio di quello della FIAT. E’ proprio quell’enorme differenza tra il porsi in una posizione di AntiStato e l’imprenditorialità nuda e cruda. Con e senza stato. E’ come se in una città ci fosse un’unica grande fabbrica. Tutti gli abitanti andrebbero a lavorare là, per avere uno stipendio. Non c’è alternativa. E’ inutile per certi versi inviare un migliaio di soldati in giro per Casal di Principe, quando la partita si gioca negli uffici finanziari, nelle banche e nelle betoniere di un centro commerciale in costruzione. Puoi arrestare 100 latitanti, ma non riuscirai mai a non permettere a tutti e 100 di gestire gli affari dal carcere. E’ una pura questione di soldi, cercare di bloccare il passaggio da “sporco” a “riciclato” e infine “investito in opere pulite”. L’esercito può dare un minimo di sicurezza e un segno di presenza, come dire “guardate che lo stato sta facendo qualcosa per voi”. Ma la partita da giocare sta in altri campi. Sta nel trovare un’alternativa che non permetta ai ragazzi di dire “Che gli abbiamo fatto a Saviano, mica gli abbiamo ammazzato qualcuno”, o “La camorra c’è sempre stata” e tante frasi simili. Sta nel reinvestire veramente gli asset sequestrati ai clan in opere di utilità futura. Nell’innescare un processo inverso, ma sempre che lo stato voglia farlo, e che abbia il coraggio di uccidere un’industria che alla fine della fiera fa muovere miliardi di capitali e grandi marche, e sostituirla con una nuova di zecca che dia un minimo di umanità ad una terra martoriata. L’Italia vuole veramente questo? Ora, io non sono nessuno, non giro in motorino per Casale, non leggo gli atti giudiziari e non vivo sotto scorta. Non ho sulla mia testa un piano per essere ammazzato. Non ho scritto libri. E me la faccio sotto al solo pensiero di sentire una pistola sparare. Vorrei soltanto dare la mia solidarietà attraverso una piccola pagina di questo microscopico blog, e cercare di prendere esempio da persone del genere. A differenza di chi vede in Sandokan o in Ciruzzo ‘o milionario dei miti da seguire belli e coraggiosi, quando in realtà sparano alle spalle o vivono come topi. Il coraggio sta da un’altra parte, dalla parte di tutti quelli che vivono con i poliziotti attaccati al sedere e di chi vorrebbe un paese diverso. Roberto, se vai via hanno vinto loro. E pensandoci bene, quando questa gente inizia a sparare a destra e a manca vuol dire che sotto sotto è alle corde. Paradossalmente è più pericolosa quando non si sente volare una mosca (e in questo momento la Sicilia mi preoccupa molto), perchè vuol dire che gli affari vanno a gonfie vele. Sei in vantaggio, Roberto. Perchè come disse qualcuno “Bene o male, l’importante è che se ne parli”, la sfida è non smettere mai di parlarne e non entrare mai nell’oblìo delle notizie dell’altro ieri già dimenticate. Non restare soli, ma avere sempre un “Repubblica” o un “Matrix” che tenga alta la tensione agonistica della partita. Solo così puoi mettere all’angolo i due avversari principali: ‘O sistema e IL sistema.



