Khan El Khalili

•Ottobre 10, 2009 • Lascia un Commento

Il Suk di Khan El Khalili è il più grande mercato del Cairo. Si trova nel cuore del cairo islamico, la cui piazza principale di accesso è Midan El Hussein. Dalla grande moschea un altissimo minareto si innalza. E’ venerdì e si avvicina l’ora della preghiera. I musulmani si assembrano nei dintorni della moschea e qualcuno, nel mercato, inizia ad aprire i battenti. Odori e colori di un Cairo saldamente dominato dalla civiltà araba. Nei vari caffè, si fa colazione bevendo shai (the) e mangiando varie pietanze, a base di carne. Il tutto accompagnato dal solito pane a forma di focaccia. Per un “occidentale”, mediterraneo o nordico che sia, questi odori e questo spettacolo potrà sembrare a volte nauseante. Ma questo è il Cairo. Un formicaio che non dorme mai. I negozianti riconoscono lontano un miglio il turista di turno, e iniziano incredibilmente a spiccicare parole nella tua lingua. Come fanno? Esperienza, intuito, guardano l’abbigliamento, gli occhi e i capelli. Ti ascoltano parlare.  E al massimo ti scambiano uno spagnolo per un italiano e viceversa. Ti chiamano, offrendoti di tutto. Ti tirano per un braccio, ti fischiano e ti salutano. Il prezzo? Un affarone! Basta dividerlo almeno per cinque e negoziare. Shishaa (per gli amici Narghilè), stoffe, vestiti, scarpe, spezie e profumi. Spesso di dubbia provenienza (Cina?), ma si trova di tutto. Ma è curioso notare come spesso accada in questi luoghi di trovare due parti ben distinte. C’è un Khan El Khalili per gli egiziani e uno per i turisti. A prima vista sembra tutto uguale, ma camminando per gli strettissimi vicoli del mercato (tra un cumulo di immondizia e l’altro), ci si può ritrovare nella parte “egiziana”, dove si vendono spezie, cibo, vestiti a basso prezzo. Qui nessuno ti chiede di entrare, nessuno a primo impatto cerca di “acchiapparti”. Tutto scorre come in un tranquillo mercato di periferia. E i prezzi, probabilmente, sono molto diversi. Il rischio di perdersi è altissimo, ed è molto facile ritrovarsi in un vicolo cieco con il negoziante che ti guarda con un’espressione interrogativa. Questo posto, sicuramente non è per coloro a cui non piace essere toccati. Bisogna farsi largo tra le donne che rovistano nei vestiti, tra i carretti di dimensioni sproporzionate alla strettezza dei vicoli, ai ragazzini che ti corrono dietro con le mani piene di collanine, urlandoti di comprarne qualcuna. E, alla fine, qualche buon affare si può anche concludere. Basta essere furbi. Inizia la preghiera e il moezzin canta a squarciagola, con l’aiuto degli altoparlanti (ah, il progresso…). Il frastuono talvolta è assordante, e si sommano le centinaia di minareti che costellano la città, in una confusione che rispecchia, giocoforza, il caos continuo di questo sterminato angolo di mondo.

Antonio Pennacchi – Fascio e martello, viaggio per le città del duce

•Ottobre 7, 2009 • Lascia un Commento

Ne ha trovate ben 147. E se serve, dice, qualcun’altra se la inventerà pure. Dovrà pure campare in qualche modo il buon Pennacchi. Fatto sta che la sua ricerca, i suoi viaggi su e giù per il Paese (e non solo), hanno messo in luce una realtà che ormai era stata messa nel dimenticatoio, in maniera più o meno volontaria, da storici e studiosi vari. Le città di fondazione del duce, sul tema “bonifica integrale”, non furono soltanto le varie e più conosciute Littoria – Latina, Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Pomezia, Mussolinia – Arborea, Carbonia, ma ci fu molto di più, progetti di profondi cambiamenti nell’Italia delle paludi e del latifondo. Pensati sì dal duce, ma rivisti, corretti, riproposti, discussi e rimangiati e realizzati prima dai consorsi di bonifica e poi dall’Opera Nazionale Combattenti. Città e borghi progettati, costruiti e poi abbandonati. Città e borghi costruiti e poi diventati agglomerati urbani da far invidia ad altri e più datati centri nevralgici del Paese. Centri dimenticati dalla voglia di distruggere quel passato, nell’immediato dopoguerra. Anche la sua parte buona, solo perchè apparteneva a Quel passato. Leggendo questo immenso documentario, fatto di articoli, ricerche e centinaia di citazioni letterarie dell’epoca, si insinua un ragionevole dubbio prima, una quasi certezza poi, che il Fascismo non era proprio così di destra. La mente e il braccio dell’epoca puntavano a rendere produttivo anche il più remoto centimetro di terra della penisola, eliminando il latifondo (tanta terra in mano a pochi) per il frazionamento poderale (poca terra a tante famiglie). In regime di autarchia, quote su grano, latte e tutti i prodotti della terra, controllate a vista dallo stato. Stessa storia con il carbone italiano, indovinate dove, a Carbonia. Pedissequamente, articolo su articolo, il libro mette in luce tutte le caratteristiche topografiche e strutturali di ogni fondazione. Arsia, Segezia, Borgo Appio e Borgo Domitio, fino giù in Sicilia. I borghi dell’agro pontino. La bonifica integrale non si fa in un giorno, ci si studia sopra e si fanno anche errori grossolani. Ma anche capolavori di architettura. E una domanda, alla fine, sorge spontanea, a prescindere dall’ideologia e dal partito preso. Ed è più attuale che mai. E se fossero riusciti a portare a termine il progetto, che Paese avremmo oggi? Con i se e con i ma…

“Ogni scusa è buona per non uscire”

•Settembre 16, 2009 • Lascia un Commento
Cervello

Cervello

In tempi come questi, leggere e documentarsi è l’unico modo per restare vivi ed evitare lo strategico addormentamento delle coscienze e dei cervelli, perpetrato dal grande fratello che vive sulle nostre teste. Egli ci tiene a non farci ragionare, a chiudere ogni porta che ha sbocco sul libero pensiero ed espressione. Ci divide, ci spinge persino a non riunirci, nemmeno per una birra in compagnia scambiando “pericolose” chiacchiere da bar. Ci invoglia a chiuderci in casa, davanti alla TV o al computer. Oggi, ascoltando la radio, ho sentito una pubblicità di una nota tv a pagamento, la quale inneggiava a trovare le più banali scuse per non uscire. Dice: vabbè è una stupidaggine. Però recitava proprio così: “Con XYZ TV ogni scusa è buona per non uscire!”. Addirittura, invitava ad andare sul sito e partecipare al concorso scrivendo altre banali scuse per non uscire, tipo “ho lasciato il gatto sulla pentola a pressione” (citazione necessaria). Tutto ciò lo trovo semplicemente subdolo, rasentando lo scandaloso. Dice: ma tu sei paranoico. Allora spiegami perchè nelle nuovissime TV a pagamento non c’è l’ombra di un canale culturale, neanche a pagarlo (a proposito, i prezzi sono aumentati quest’anno). E dico non ce n’è uno, che dia documentari, dibattito, cultura generale. Zero informazioni. O meglio “zseru cultura” (altra citazione tematica), per il nostro già ben assopito cervello. Solo pallone che rotola, film azione o commedia, e i tanto osannati reality Sciò (si, proprio sciò… nel senso che basta, via, per favore). Roba da far invecchiare anche il cervello di Einstein. Ormai l’atomo è scisso. E come effetto collaterale, cercano in tutti i modi di estromettere l’elettrone “negativo”, quella TV di qualità, che viene dalle stelle, dove l’informazione è libera e apolitica, dove il dibattito è aperto, dove i canali culturali si sprecano. “La TV satellitare è un bene di prestigio, in tempo di crisi è giusto alzare le tasse su di essa (vedi IVA)”. E così tu puoi alzare i prezzi della tua  TV a pagamento, rimanendo competitivo… nonostante tu non abbia pagato tasse sulle tue frequenze. Come va il mondo! Chissenefrega se il satellitare è migliore sotto quasi tutti gli aspetti (niente antenne sui tetti e sulle montagne, più canali e più banda a minor costo, ecc.). Noi abbiamo calcio e GF. Ciò vi basti, italiani. E non osate lamentarvi, che vi abbiamo fatto un favore.

“In tempi come questi, la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare” (Henri Laborit) (Mediterraneo).

Un pezzo di cuore

•Agosto 19, 2009 • Lascia un Commento

Un pezzo di cuore,  è una parte di te che lasci in un posto che hai visitato, in una vicenda che hai vissuto, o nelle mani di una persona che ti ha lasciato un segno indelebile, dentro e fuori.

Un pezzo di cuore è qualcosa che si stacca da te per restare custodito da qualche parte, continuando a mandarti segnali, a volte più deboli, a volte assordanti, anche dopo anni.

Un pezzo di cuore io l’ho lasciato sotto la torre Littoria, proprio là tra la palla e il giardino, che dal ‘32 resiste al tempo e alle becere e sorde amministrazioni comunali.

Un pezzo di cuore è rimasto impigliato tra gli eucalipti delle fasce frangivento, oggi abbandonate a sè stesse, un tempo alti pilastri della fiorente agricoltura pontina. Tra le zanzare e i canali, dove il pallone rotolava dentro e per recuperarlo ti ci mettevi a cavallo. Forse da qui proviene l’espressione “pantaloni alla saltafossi”?

Un pezzo di cuore l’ho lasciato nelle varie feste di borgo, in primis Borgo Faiti. E non è il panino con la salsiccia e le bancarelle.

Un pezzo di cuore aleggia tra le villette e i palazzi del quartiere Nascosa, Q4-Q5, un tempo canali e campi coltivati, oggi città nella città. E non è nei palazzi. La chiamano Nuova Latina, ma è talmente dimenticata da sembrare vecchia più di Cartagine. Io non l’ho scordata.

Un pezzo di cuore è sepolto nella sabbia del lido, un po’ più a sinistra, ma rotola in ogni granello che il vento e il mare smuovono ogni giorno, estate e inverno. Calpestato a piedi nudi e con le scarpe da ginnastica, col freddo e con la canicola.

Un pezzo di cuore mi cade ogni volta dall’aereo, senza paracadute, quando sorvolo la pianura pontina di ritorno da un viaggio e riesco a scorgere Palazzo M, piazza S. Marco, Via Epitaffio e la fettuccia dell’Appia. Insieme a lui anche qualche lacrima. E non è pioggia.

Un pezzo di cuore corre per le vie di Roma,  la percorre diagonalmen te partendo dalla Laurentina e si ferma al Foro Italico, sugli spalti, vuoti o urlanti.

Un pezzo di cuore, de facto, è sperduto in qualche deserto, a libera scelta del lettore.

Un pezzo di cuore è volato nella penisola Iberica, e rimbalza tra la rambla de Mar e l’Avinguda Diagonal. Ma lui vuole conoscere anche Madrid. Chissà perchè.

Un pezzo di cuore… per tutti coloro che al momento mi sfuggono. Forse non erano importanti come quelli sopra.

Antonio Pennacchi – Il Fasciocomunista

•Luglio 26, 2009 • Lascia un Commento

Antonio Benassi, detto Accio. Un nome, un programma. Una famiglia carica di figli, uno sopra l’altro, nelle case popolari della Latina del dopoguerra. Cresciuto a pane e chiesa, il padre cattolico praticante all’inverosimile, la madre dispotica e manesca, i fratelli Otello e Manrico e le sorelle Violetta e Mimì, passa la sua adolescenza nel seminario. Il padre voleva un figlio prete, Manrico abbandona il seminario per primo, Accio dopo qualche anno, dopo aver resistito a molte “tentazioni” poco ortodosse che si verificavano costantemente. Tornato a Latina, la famiglia non lo accoglie certo con le buone. Dice “come fanno a essere comunisti”, “loro sono il male”, “bisogna fare la rivoluzione”. E si iscrive al MSI, nel gruppo giovanile. Ma la rivoluzione non arriverà mai, nonostante le azioni, con i suoi amici, tra Latina e Roma. Cambierà, Accio e si ritroverà contro gli stessi amici che aveva al suo fianco. Un libro in cui passa mezza storia d’Italia del dopoguerra, fino agli anni di piombo, centrata nel capoluogo pontino, per sua stessa natura e nascita fascista e di destra, e per questo tagliato fuori dal ‘68 e dagli avvenimenti e stravolgimenti di quell’epoca. Un racconto che, per un lettore che è nato e ha vissuto a Latina, è come ritrovarsi in tante situazioni, luoghi e storie che tutt’oggi sono ancora lì. Il giro di Peppe, l’estate al lido sul lungomare e i cambiamenti politici  - pochi – e socioeconomici – tanti – , sono pane quotidiano. Ma anche un lettore più lontano da questa realtà, sarà preso dalla storia di un eroe tutto d’un pezzo, che segue fino alla fine i suoi ideali fino a scoprire che – in fondo – è tutta una presa in giro. Sia che la si guardi da destra, che da sinistra. Ma Accio, rappresenta anche la storia di chi scappa, soprattutto da sè stesso. I continui spostamenti e viaggi con l’autostop, e i difficili rapporti con le donne, finiti con il classico “vatten’affanculo”, le botte con il fratello e dalla madre, fanno di Accio un personaggio controverso e in fondo insicuro, che segue un’ideologia per non guardarsi dentro.

Il libro sembra scritto come se stessimo parlando io e te, seduti a un bar in Corso della Repubblica. Grazie a questo linguaggio, a volte dialettale, a volte carico di sproloquio, il racconto scorre via liscio e pulito, senza noiosi intoppi. E’ questa una delle qualità di Pennacchi, pane al pane e vino al vino. Dire tutto, in faccia e senza complimenti. A ruota libera. Come in Piazza del Popolo.

Dal libro è stato ispirato un film, che molti di voi conosceranno già: “Mio fratello è figlio unico”. Secondo Pennacchi è stato fatto male. Secondo me è stato completamente stravolto. Ma questa è un’altra recensione.

Il museo Egizio

•Luglio 24, 2009 • 1 Commento

Venerdi 24 Luglio 2009, ore 8.30. Questa mattina ho deciso di visitare il museo Egizio, culla della storia millenaria di questo paese, ricolmo di reperti ritrovati qua e là per questo grande paese nordafricano. Il museo egizio si trova a circa 10 minuti di auto (considerando che il venerdì mattina, fortunatamente, non c’è anima viva in giro fino alle 14) dal mio albergo nel cuore del quartiere Zamalek. Prendo il primo taxi e sono là. Il biglietto costa 60 Lire egiziane (per gli studenti 30, bisogna mostrare tessera studenti e carta d’identità). Vietato portare fotocamere all’interno, bisogna lasciarle nel guardaroba di fianco alla biglietteria. Per questo non ho potuto scattare neanche una foto nel museo, ma solo qualcuna all’esterno. Passati i vari controlli di sicurezza, si accede alla sala principale, sotto la cupola. Sulla destra si può ammirare una copia della stele di Rosetta (l’originale è a Londra custodita nel British Museum), il cui ritrovamento servì per decifrare finalmente la scrittura geroglifica. Il museo si articola su due piani, la sua forma è rettangolare. Il piano terra offre un percorso temporale partendo dall’Antico Regno, poi il Medio Regno e infine il Nuovo Regno. La struttura del percorso è articolata sui quattro lati del rettangolo nei quali si aprono delle sale dove è riposto ogni genere di reperti, dalle statue, ai sarcofagi agli strumenti di lavoro ritrovati. Sempre al piano terra, nel grande salone centrale sono ospitate sculture di pietra di ogni epoca. Ai quattro angoli del piano terra, sono presenti le scale per salire al primo piano, a mio parere il più interessante. Il consiglio è di visitare prima quest’ultimo, in quanto si rischia di perdere molto tempo nel piano terra per la miriade di oggetti presenti, e non godersi le bellezze del primo piano. In esso si possono ammirare, previo pagamento di un secondo biglietto, le mummie reali. Esse sono dislocate in due sale diverse (collocate in due angoli diversi del percorso), ma vi si accede con lo stesso biglietto. 100 pound (60 per gli studenti, stesso discorso di prima) il costo. Ma ne vale la pena. In ogni sala (condizionata e controllata a vista) ci sono 5  o 6 mummie, in ottimo stato di conservazione. Le più importanti sono quelle di Ramses II, Tuthmosis e Merithamon, tutti delle famiglie regali egizie. Altra sala molto interessante è quella delle mummie animali, suddivise per categoria (animali divini, votivi, di compagnia). Addirittura si possono ammirare coccodrilli lunghi 3 metri mummificati. Ultimo punto di interesse è la sala Tutankamon, dove oltre ai gioielli ritrovati nella sua tomba, si possono ammirare i sarcofagi del faraone (egli era riposto in 3 sarcofagi uno dentro l’altro).

Per concludere, un museo non molto ben organizzato dal punto di vista prettamente informativo: molte etichette sono mancanti sui reperti, altre sono scritte solo in arabo, assenza di spiegazioni storiche. Molte guide improvvisate si offrono per accompagnarvi nel giro del museo, ovviamente dietro pagamento di cospicua mancia. Parlano un pò tutte le lingue dall’italiano al tedesco al russo e qualcuno anche giapponese. A mio parere una buona guida cartacea e tanto spirito d’avventura e potrete ammirare tutto lo splendore dell’antico Egitto senza spendere una fortuna.

Reportage Egitto – Piramidi by night

•Luglio 21, 2009 • Lascia un Commento

La sfinge di Giza, dopo averne viste di tutti i colori durante i suoi 4500 anni suonati, racconta la sua storia. E’ là che si svolge lo spettacolo notturno, nella piana delle piramidi, illuminate a giorno con un gioco di luci e proiezioni alquanto suggestivo. Tra fari colorati e luci laser, viene proposto un racconto della storia d’egitto e delle piramidi, ogni sera in una lingua diversa. Il venerdì è in italiano. Questa volta la platea non è molto gremita, ma l’evento è di sicuro interesse per i turisti tricolore. La storia continua, in cinquemila anni tutti quelli che hanno cercato di avvicinarsi alle piramidi (Giulio Cesare, Gli sceicchi, Napoleone…) non hanno fatto altro che sollevare sabbia. Le piramidi e la Sfinge rimangono là, con qualche segno del tempo e qualche cannonata presa in faccia, ma sempre integre e imponenti come migliaia di anni fa.

La serata tra la sabbia poi continua in sella al cavallo. Il nostro autista, con il compito di rimediare 5 cavalli e un paio di guide a buon prezzo, ci conduce in una specie di stalla, nascosta in un vicoletto della zona delle piramidi. Un signore grasso, ci fa accomodare, ospitalità egiziana, ci offrono da bere in attesa dei suoi migliori stalloni. Mi raccomando un cavallo calmo, e infatti mi danno quello pazzo, che spesso e volentieri va per conto suo. E’ la seconda volta che salgo su una bestia di queste, immaginate voi. Al buio, nella via sabbiosa che conduce nel deserto, per fortuna c’è la guida che ogni tanto mi aiuta a frenare la bestia. Ad un certo punto decide per conto suo di salire su un montarozzo di sabbia… per poco non finisco gambe all’aria chissà dove sperduto nel Sahara… Dopo circa 45 minuti giungiamo in uno spiazzo, dove si riuniscono i moderni beduini (andare in giro nel deserto è un passatempo qui), ci offrono del tè (ospitali in modo esagerato, neanche ci conoscono), ci riposiamo una mezzoretta e poi torniamo (questa volta con un cavallo più tranquillo). La tassa da pagare per ogni escursione turistica in Egitto, è la solita solfa di uno dei mille negozi di profumi e chincaglierie varie, dove cercano di venderti qualsiasi cosa, dimostrandoti che è meglio di tutto ciò che trovi nel resto del mondo. Morale della favola 2 ore a chiacchierare con il negoziante. Io me la sono cavata con poco, ma c’è chi ha speso una bella sommetta in profumi “no chemical-no alchol”…

Azar Nafisi – Leggere Lolita a Teheran

•Luglio 19, 2009 • Lascia un Commento

Bisogna aggiungere, alla lista dei diritti umani, anche il “diritto all’immaginazione”. Ne è convinta la professoressa Nafisi, in quel di Teheran, dopo aver vissuto le controversie di un paese in cui la donna viene privata dei diritti che a noi “occidentali” sembrano i più elementari. Nel suo libro, testimonianza chiave di un paio di decenni di vita Iraniana, racconta in prima persona fatti di vita vissuta arricchendoli con più di uno spunto letterario, con la sua passione sfrontata per la letteratura “proibita” inglese e americana. Attraverso la rivoluzione islamica, la lunga ed estenuante guerra contro l’Iraq, l’egemonia dell’Ayatollah Khomeini, la Nafisi si lancia in una serie innumerevole di flashback, cambi temporali e intrecci, ricordi di appunti scritti, libri letti e discussi con i suoi studenti. L’incontro settimanale con sette delle sue migliori studentesse, dopo essere stata cacciata dall’università di Teheran Allameh Tabatabai, era diventato il loro mondo parallelo, dove potevano finalmente liberarsi del fardello che il regime continuava ad imporre. Il libro si articola in quattro grandi sezioni: “Lolita”, “Gatsby”, “James” e “Austen”, e in ognuna delle quali si intrecciano storie di morti ammazzati, di donne torturate, discussioni rabbiose nelle aule e nei corridoi dell’università, dove bastava portare il velo “in modo sbagliato” per essere arrestata, torturata o uccisa. Il rapporto con il suo “mago”, un uomo saggio consigliere, e con il marito Bijan, fanno il resto di un libro autobiografico a metà tra un saggio di letteratura e un reportage di guerra. Un libro non di facile lettura e di difficile ricostruzione temporale (soprattutto se non si hanno solide basi di letteratura inglese), ma sicuramente da prendere e leggere come un documentario reale e agghiacciante.





On the road

•Luglio 14, 2009 • Lascia un Commento

Si riparte. Una settimana e mezza di sosta, valigia pronta, e ancora una volta sulla strada delle Piramidi. Qualche certezza in più, qualcun’altra in meno, tornerò in quel caos chiamato Cairo. Il pensiero corre all’ufficio vuoto. Tre quarti dei miei colleghi sono in trasferta, sparsi tra Arabia Saudita, Grecia, Italia (strano ma vero lavoriamo anche per il nostro amato Paese). Qualcun’altro è in ferie. Biglietto pronto, albergo un pò meno (dormirò sotto qualche ponte sul Nilo?), vedremo cosa ci riserverà questa volta il grande ed accogliente Misr. Faraone permettendo…

Reportage Egitto

•Giugno 25, 2009 • Lascia un Commento

Dieci giorni al Cairo

Pyramids

Pyramids

Al-Qairah, dieci giorni dopo aver toccato il suolo egiziano per la prima volta in vita mia, appare nascosta da una coltre di foschia, polverosa, bianco – grigiastra. L’inquinamento in questa megalopoli non dà tregua, la polvere e il caldo fanno il resto. Gli alti palazzi, alberghi lussuosi da una parte, alveari di egiziani dall’altra, si stagliano nel cielo di un’altra mattinata di passione. Ciò che colpisce subito è, ovviamente, il traffico. La prima domanda che l’ignaro turista o malcapitato lavoratore di altri lidi si pone, è come diavolo facciano a non provocare incidenti catastrofici in ogni metro quadrato di strada. Poi ci fai l’abitudine, ed inizi a comprendere la complicata ragnatela di colpi di clackson, braccia fuori dal finestrino a mo’ di segnalazione, gesti con il capo e urla apparentemente furibonde verso altri automobilisti. E’ questa la legge della strada al Cairo. Decine di vigili per strada sono solo figure goffe e poco credibili, che riescono solo ad esprimere qualche gesto “avanti” o “stop”. Le regole le fanno gli automobilisti. Il pedone è un corpo estraneo, a suo rischio e pericolo attraverserà la strada, evitando di finire sotto qualche fiat Regata camuffata da taxi. E i tassisti? Taxi nero o taxi bianco? Andiamo con ordine. Il tassì è il mezzo più raccomandato in questa città, ma l’ardua scelta è dettata da necessità impellente, opportunità di risparmiare qualche lira egiziana, e infine dall’aspetto inquietanto o meno dell’auto che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) portarti a destinazione. Rare mosche biance, per lo più stracolmi, i taxi bianchi. Sarebbero quelli ufficiali, muniti di tassametro, un simpatico scatolotto con un display e la figura di un cavallo che più corre quanto più il taxi va veloce. Il prezzo è leggermente più alto, ma è esente da approssimazioni turistiche, e forse si riesce anche a ottenere una ricevuta (factura, in arabo). Ashra pound, per il resto dei taxi, di colore nero. Ashra in arabo vuol dire dieci, cifra che per le destinazioni più vicine è più che sufficiente. Se riuscite a non far notare che siete turisti, altrimenti vi chiederanno il doppio. Il taxi nero è più simpatico ma anche più a rischio. Il tassista nero (non è razzismo e neanche un film di fantascienza, è solo il colore dell’auto) può farvi le seguenti sorprese: tamponare l’auto di fronte, fumare in auto, non sapere la strada per arrivare al tuo hotel, fermarsi a comprare qualcosa, fermarsi in qualche posto per farti comprare qualcosa da un suo amico, fermarsi a prendere una tanica d’acqua perchè sta fondendo il motore, fermarsi perchè la sua auto sta andando in pezzi, chiedervi più soldi in generale, chiedervi più soldi per riparare la macchina dopo che ha tamponato. La negoziazione preventiva in questi casi è necessaria, per evitare di farla all’arrivo. Ashra pound e va bene.

Il primo weekend se n’è andato tra piramidi. Il giro a cavallo necessita di una buona abilità di negoziazione. La cosa migliore è avere un amico libanese (che parli arabo), in quel caso bastano 120 lire egiziane (una quindicina di euro) per fare tutto il giro, comprensivo di generica spiegazione in inglese.  In alternativa c’è il cammello, per coppiette innamorate, molto romantico ma anche molto più lento. La regola generale è che se vi chiedono 100 rispondete 20 e poi trattate. Se siete bravi ve la caverete con 30.  La maestosità di queste costruzioni millenarie non si coglie finchè non si arriva sotto le prime file di mattoni, passando per un percorso in pieno deserto, tra sabbia e pietre. Cappello e bottiglietta d’acqua obbligatori, passati i blandi controlli di sicurezza, ci vuole una mezzoretta per arrivare sotto le tre principali piramidi (Cheope, Chefren e Micerino). Ce ne sono altre più piccole, ma sono abbastanza danneggiate dal tempo. Il giro poi continua con la Sfinge, della quale l’interno non è visitabile. Venditori ambulanti dappertutto, e ragazzini che propongono alcune foto kitsch con l’enorme statua come sfondo. Al ritorno la vostra “guida” vi chiederà una mancia astronomica. La regola è la stessa, non fatevi problemi.